ASIAN STUDIES GROUP

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sabato 29 maggio 2010

L'opinione: Internazionalizzazione, nuove sfide e opportunità in Asia orientale.








TOKYO: Interzionalizzarsi. Un termine che più di una volta abbiamo sentito ripetere in differenti frangenti. Aprirsi all'estero, convogliare progetti e investimenti in una dimensione trasversale che abbracci nuove prospettive e nuovi mercati.

Le opportunità? Crescita degli utili, amplificazione della brand awarness di una corporate all'infuori dei confini nazionali, ampliare produttività, diversificare produzione e investimenti, catturare nuova utenza e intavolare sinergie con interlocutori precedentemente irraggiungibili. In un unica parola: CRESCERE.

Molti però dimenticano che internazionalizzare significa necessariamente localizzare, o meglio, RI - localizzare.

Motivo per cui l'oggetto della nostra attività commerciale, ma anche più semplicemente l'idea, l'ambizione che sottende il bisogno di internazionalizzazione medesimo devono trovare applicazione in uno forma ridimensionata in armonia con tessuto culturale, sociale, linguistico, produttivo, comunicativo verso cui tendiamo di estendere la nostra realtà.

Alla luce di tutto ciò, risulta essenziale un'attività di sottile mediazione, in primis è avviata dai soggetti stessi che vivono la partecipazione diretta nel processo di internazionalizzazione: imprenditori, ricercatori, professori, artisti, studenti... e via seguendo.

Un apporto fondamentale è fornito poi da figure di esperti, linguisti, conoscitori del mercato, facilitatori, che uniscono il loro apporto professionale a quello emozionale dei soggetti coinvolti in prima persona. Mediatori culturali e esperti negoziatori che, il più delle volte, si trovano a sostenere non solo il peso professionale della loro attività condotta fra Paese di origine e continue trasferte all'estero, ma sono bensì chiamati ad un sostegno morale e di confronto con i soggetti promotori anche nei momenti in cui il processo rivela ostacoli, stasi e punti critici, se non addirittura perdite rispetto ai piani prefissati, siano essi condotti con alti investimenti o semplicemente con il convogliare energie, estro e ambizione.

Una sfida appassionante che dimostra punti di difficoltà ma anche di marcata realizzazione tanto più alti quanto più questi siano conseguiti in mercati non solo geograficamente lontani, bensì profondamente diversi per business culture, lingua, struttura delle relazioni commerciali e magari tradizionalmente poco inclini alle soluzioni provenienti dall'estero (soprattutto se proposte da piccole e medie imprese, liberi professionisti, artisti e freelance)

L'Asia orientale ben rappresenta un traguardo di questo tipo. Localismi estremamente diversificati all'interno della regione, problematiche diplomatiche e di unificazione commerciale, separazioni monetarie, rallentamento delle pratiche multilaterali all'interno del mercato asiatico stesso sono veri e propri ostacoli ad un processo di internazionalizzazione rapido e di larga proporzione.

Allo stesso tempo però la dimensione di questi mercati regionali, curiosità socio commerciale verso la produttività e creatività made in Europe e made in Italy, tasso di crescita economica in espansione e settori sensibili di speculazione estremamente vividi di quest'area rendono l'Asia orientale un confine di straordinaria attrazione non solo dal lato commerciale ma anche di confronto umano e socio culturale.

Il consiglio che mi sento di muovere da mediatore linguistico e culturale operante in business negotiation in Asia, nippologo e sinologo, diviso nella vita e nel lavoro fra Milano e Tokyo con punte esplorative e di ricerca in Cina, è sicuramente di stimare e cavalcare le potenzialità di queste mercati senza però tralasciarne le difficoltà strutturali che un processo di mediazione e inserimento, di qualunque natura esso sia, possa incontrare.

Cina, Corea, Giappone rappresentano realmente tre panorami di altissima appetibilità per dimensioni strutturali del mercato e le risorse disponibili dal nuovo target sociale (caso della Cina), sensibilità e profonda maturità commerciale nel rispetto di relazioni consolidate (Giappone), eccezionale dinamismo produttivo e bisogno di visibilità a livello regionale e internazionale (Corea).

L'assenza poi di un mercato unitario, se da una parte può essere visto come un ostacolo forte alla rapidità di trasmissione di merci, persone, progetti e investimenti, dall'altro rappresenta un punto di forza, soprattutto in momenti di comprovata crisi internazionale. Laddove i regionalismi economici difatti soffrono unitamente e risentono a livello multiregionale delle problematiche di ogni singolo Stato membro, in Asia orientale la politica economica e commerciale è ancora oggi strutturata secondo trattati bilaterali, salvaguardando alcune prospettive e mantenendo anche in periodo di stagnazione economica un vigorismo perlomeno bilaterale assolutamente continuativo e marcato. Trovarsi all'interno di tale relazione, come realtà estera internazionalizzata, rappresenta un punto di forza non indifferente e di realizzazione pienamente percettibile.

Da diversi anni la corsa giapponese alla salvaguardia delle relazioni commerciali con Cina ha aperto un asse di sinergie molto forti che hanno coinvolto Tokyo, Taipei (Taiwan), Shanghai e Pechino creando un'area di sviluppo intensa delle relazioni fra cui anche molte realtà italiane si sono trovate positivamente e attivamente trascinate. Ora sembra essere la volta della Corea nell'attirare l'interesse dei giapponesi per quanto concerne vigoria produttiva, forza d'export e intensa ricerca applicata agli ambiti tecnologico e scientifici. Un clima di continuo contattoe affiliazione ma anche di perenne e attenta preservazione dei confini in cui anche le realtà straniere vengono a confrontarsi in una rilocalizzazione continua del proprio business.

Questa dimensione appare ricca di spunti di riflessione per quanto concerne le ambizioni di partenza e gli obiettivi prefissati da parte di imprenditori, ricercatori e professionisti italiani in Asia, il più delle volte trascinati dalla contingenza a riconfigurare mediazioni, negoziazioni e target in un appassionato e vigoroso crescendo.

Poter analizzare alcune di queste dinamiche servie realmente a comprendere il tesoro che un'apertura verso questi mercati può rappresentare non solo in termini di profitto quanto di crescita umana, professionale e di relazione interculturale.

Da Tokyo, Paolo Cacciato

venerdì 10 ottobre 2008

Learning Japanese to surviving disasters


On the following an interesting opinion about the social importance in japan of speaking japanese. Are you too a foreigner working or travelling in Japan? I think you could find very interesting such opinion edited by Prof. Kazuyuki Sato, professor of sociolinguistics at Hirosaki University in Aomori Prefecture - Honestly I've never considered the value of japanese language's use according to  the dimension introduced by Prof  Sato.  But for several times I felt the need to understand terms in japanese about earthquakes during my stay in Japan...

Kazuyuki Sato / Special to The Yomiuri Shimbun

Japan is a country that suffers a large number of earthquakes. With registered foreign residents reaching a record 2.15 million last year, according to the Justice Ministry, it has become more than likely that foreigners will be among the victims of such disasters.

However, many foreign residents do not understand important Japanese terms related to earthquakes, such as yoshin (aftershock) or hinanjo (evacuation center). This is in part because the government has made an effort to offer foreign residents information in English and other languages, rather than simple Japanese.

When an area is hit by a strong earthquake, radio and television broadcasts are almost entirely in Japanese. Non-Japanese with poor Japanese-speaking abilities are often perplexed by earthquake-related announcements.

A prime example of this problem was the 1995 Great Hanshin Earthquake. Some foreigners were unable to do anything but wait in their damaged residences for their friends to find them. Even those who fled to nearby parks were often confused over what to do next, as they couldn't read the information posted only in Japanese.

In the event of a natural disaster, even Japanese people suffer a dearth of information. It's nearly impossible for the government or the media to supply foreigners with information in their own languages. With a growing foreign population speaking a profusion of languages, Japan faces a problem of how to deliver emergency information.

Many linguists, including myself, have suggested the adoption of the so-called Easy Japanese system for the delivery of emergency information.

The Easy Japanese system concerns the kind of expressions to be used to provide foreign residents with crucial information when a disaster occurs. These expressions may be used for radio broadcasting, subtitles in television news, posted notices or community communication systems.

To communicate important information to foreign residents, a limited vocabulary of about 2,000 words could be used to produce expressions equivalent to Level 3 (second from lowest) on the Japanese Language Proficiency Test (JLPT), which is deemed sufficient for arranging meetings with friends or explaining what one wants to buy when shopping.

One example sentence is as follows: Tsunami, takai nami ni tsuite oshirase shimasu. A-shi, B-shi no umi ni, tsunami ga kimasu. Umi no chikaku wa, abunai desu. Sugu ni, umi kara toi, takai tokoro e, itte kudasai. (Now, information on tsunami, or high waves. A tsunami will hit City A and City B. It's dangerous for you to remain near the sea. Go immediately to a place that is far from and high above the sea.)

I believe such easy instructions in Japanese can provide non-Japanese with sufficient guidance to evacuate to safety.

The Easy Japanese system has other rules for both spoken and written language. For example, a sentence should be about 35 Japanese characters or less, while difficult terms should be replaced by easier ones: kesa (this morning) can be replaced by kyo asa, while kiretsu ga haittari shite iru tatemono (a building that has cracks in it) can be translated as jishin de kowareta tatemono (a building damaged by the earthquake).

To ensure that our system would work for rescue and relief workers, we have conducted an experiment demonstrating that foreign participants whose Japanese skills were equivalent to JLPT's Level 3 understood 90 percent of the content when information was delivered in Easy Japanese expressions. The ratio, however, decreased to about 30 percent when normal Japanese was used.

Until volunteers trained in offering help in foreign languages can arrive in an earthquake-hit area, all necessary information can be provided in Japanese only. Therefore, it seems unlikely that any system other than Easy Japanese can be effective in providing crucial information, particularly during the first 72 hours after a powerful earthquake occurs.

When considering how best to deliver accurate information immediately to those in need, we should not stick to the somewhat fixed idea that information should be provided to foreign residents in their own languages.

In today's Japanese society, with its increasing number of people of varying linguistic backgrounds, I believe the most effective way of providing disaster information is by using Easy Japanese expressions.

Sato is a professor of sociolinguistics at Hirosaki University in Aomori Prefecture. He leads a study group of experts on easy Japanese expressions for foreign residents.

domenica 18 maggio 2008

Importare dall'Asia per rivendere in Rete. L'intervista

Cina, Giappone, Corea, quante volte si sente parlare di questi Paesi e quante volte la loro produttività sollecita smanie e ambizioni dei merchants italiani, interessati ad importare la merce più disparata per rivenderla in Italia. In uno scenario del genere Internet è indubbiamente una piccola Eldorado, dove la ricerca continua del low price da parte dei consumatori da un lato e quella del business "facile" da parte delle aziende dall'altro, si fondono in un unico binario sul quale viaggia e si concretizza il successo di un sito di e-commerce. 

In che direzione si muove l'e-business? Quali Paesi asiatici offrono maggiori chances di guadagno in Rete? 
Sono solo alcune delle domande che interessano i tanti commercianti italiani, 
affascinati dai possibili guadagni offerti dall'e-commerce e dall'import-export con i principali mercati asiatici. Interrogativi che abbiamo deciso di rivolgere ad un esperto del settore, Paolo Cacciato, business mediator per il mercato cinese e giapponese, coordinatore di Asian Studies Group -asianstudiesgroup.blogspot.com (associazione multidisciplinare specializzata nella formazione linguistica e culturale per la lingua giapponese e cinese) e Direttore Editoriale di Corriere Asia -www.corriereasia.com (magazine di economia, attualità e cultura dei Paesi asiatici). 

ASG

Nel ringraziare il Dr. Cacciato per la disponibilità, riportiamo a seguire il testo integrale dell'intervista.

ITraders: "Negli ultimi tempi spuntano come funghi su Internet siti dedicati all'importazione di prodotti dai Paesi asiatici: portali che permettono anche a chi non ha grande esperienza in materia di realizzare elevati margini di guadagno. Cosa ne pensa? Si tratta di un fenomeno passeggero o è in questa direzione che muoverà il futuro del commercio elettronico b2b e b2c?."
P.Cacciato: "Sicuramente questa svolta nei servizi di supporto all’espansione della rete commerciale internazionale, rivela un bisogno concreto e crescente. Durante i miei mesi di lavoro a Shanghai presso una legal company specializzata, operando come mediatore per la lingua cinese e responsabile marketing per i servizi dell’azienda con cui mi presentavo, durante tutte le fiere di settore la richiesta era sempre la stessa: agevolare un servizio che permettesse e facilitasse sempre più i rapporti di import / export fra Italia e Cina. L’impressione che ho avuto, e su cui ho avuto modo di riflettere, è che il bisogno del piccolo o medio imprenditore italiano sia quello di avere una comunicazione facile, veloce e sicura con quei panorami commerciali, Cina e India in primis, che ormai per consuetudo sociale e di mercato sono divenuti tappa obbligatoria per chi spera di non arrivare in ritardo a compiere qualche guadagno. 

Non sono sicuro che il successo verrà totalmente dalla commercializzazione elettronica del servizio. Continuo infatti a constatare il bisogno delle aziende italiane di confrontarsi costantemente con un interlocutore, di fare riferimento a una struttura nonché di avere percezione fisica del servizio stesso. Elementi che spesso mancano al commercio elettronico, avvertito, talvolta in maniera fuorviante, come impalpabile e instabile. 

C’è anche da dire però, a sostegno della categoria di professionisti specializzati nel commercio elettronico o anche semplicemente in una policy manageriale al passo con le tecnologie comunicative, che spesso in Italia è d’abitudine scontrarsi con lentezze e incapacità di valorizzazione degli strumenti informatici e della rete globale, tali da vanificare il valore aggiunto e i punti di efficienza che il commercio elettronico spesso dovrebbe realizzare."
 

IT: "Anche su eBay è frequente la presenza di venditori (professionali e non) che si servono del portale di aste per importare dall'Asia e rivendere in Italia. Volendo dare loro un consiglio, in che tipologia merceologica è bene investire in questo periodo? E in futuro?"
P.C.: "Un consiglio di questo tipo avrebbe bisogno, per prima cosa di una chiarificazione. Parlare di settori di riferimento per import / export significa soprattutto saper distinguere i mercati e comprendere le profonde diversificazioni sociali e culturali connesse. E’ ormai comune sentir parlare di Cina come mercato “spugna”, India come traino del profitto da delocalizzazione dei terziario, Corea del Sud come lavatrice di consumi generali. Quello che mi preme specificare è che parlare di East Asia come eldorado commerciale significa avvicinarsi ad una diversificazione molto fitta di bisogni e parallelamente a culture commerciali profondamente diverse, caratteri questi spesso e troppo ignorati in funzione di un commercio facile, veloce e senza problemi come spesso i venditori on line promettono. Sorrido quando leggo di professionisti commerciali che operano su India, Cina, Giappone, Corea, Thailandia …in ogni paese allo stesso modo come se fosse lo stesso e con la medesima impronta di appeal commerciale. Il discorso vale soprattutto per l’export ovviamente, ma si ripropone anche nell’import. Capire i punti di forza di un mercato anche in termini di produzione ci permette di ponderare con facilità da dove importare, cosa, con quali garanzie e con quali differenze nella comunicazione.

Forse la mia perplessità per una sorta di “omologazione” nell’approccio funzionale all’import ed export con l’Asia, proviene più dalla mia formazione di mediatore linguistico e culturale che non dal carisma d’affari proprio di un business man, ma rimango convinto che per quanto si parli di global communication e di global market, certe distinzioni siano di norma, anzi possano rappresentare il valore aggiunto alla marketing strategy di un singolo venditore, così come di un’azienda. 

Per quanto riguarda le merci da importare potrebbe essere un discorso poco serio se affrontato su due piedi. Mi basta dire che la Cina, ormai da centinaia di anni, produce per sé stessa tutto ciò di cui il 90% della popolazione ha bisogno. Il business starà allora in quel 10% che stranamente da un ventennio a questa parte sente il bisogno di possedere “altro”. Per quanto riguarda l’import dalla Cina, tutto è ormai importato direi, ma non devo essere io a ricordare che high tech cinese non è high tech giapponese. Sui tessuti, invece, anche i giapponesi più critici importano praticamente tutto dalla Cina, ma ovviamente parlo di prodotti a basso costo. Il luxury è un altro mondo e qui gli Italiani dovrebbero cominciare a giocar pesante." 


IT: "Molti imprenditori italiani (piccoli e medi) sono costantemente in cerca di mercati asiatici in cui investire. Vi è un Paese in particolare che, in base alla sua esperienza di business mediator, potrebbe offrire maggiori chances di guadagno in futuro?"
P.C.: "Non smetto mai di ripeterlo nell’ultimo periodo. Un mercato di successo se ben approcciato è rappresentato dal Giappone. Un Paese lento nella trattativa commerciale, il Giappone riserva migliaia di ostacoli comunicativi e di cerimonialità, ma è uno dei mercati più sicuri, stabili e, lasciatemelo dire, appaganti al mondo. Negli ultimi sei mesi opero come ricercatore e business mediator per diverse aziende che pur operando su settori diversi (termostatico da una parte e lusso dall’altra) continuano a scegliere di investire sul Giappone e di rallentare sulla Cina. I risultati arrivano, forse meno sconvolgenti di quanto potrebbe accadere a parità di successo in mercati più ampi come Cina e India, ma fortemente gratificanti. Noto infatti che in Giappone l’imprenditore italiano riesce a muoversi con più tranquillità. Quando lavoravo a Shanghai, invece, il primo consiglio era quello di tutelarsi in termini legali di tutela della proprietà intellettuale, sulla stipulazione dei contratti etc. 

Il Giappone rimane, nel bene e nel male un mercato di samurai, dove il codice d’affari è profondamente radicato ad un’etichetta. La Cina è l’impero dei commercianti, valorizzabile certamente per l’entusiasmo della compravendita e dell’energia produttiva, ma su cui è necessario munirsi del supporto adatto. 

Per quanto riguarda le chances di guadagno bisognerebbe distinguere settore per settore e soprattutto non accanirsi dietro luoghi comuni. Porto solo un esempio: il vino. I giapponesi lo bevono, lo conoscono, lo studiano e anche se la fetta di mercato generale non è enorme, essa rappresenta comunque una clientela di raffinati appassionati. In Cina il vino non è ancora capito, non è ben conosciuto, ma rappresenta sicuramente una moda per i più ricchi. E il guadagno può essere affrontato proprio cavalcando la scia di questa popolarità ma non su altre certezze. Da qui bisogna partire con due consapevolezze. Primo che ai cinesi comuni il vino non piace, cosa che li distingue dal giapponese medio, secondo che, piaccia o no, che i francesi sono arrivati prima e continuano a vendersi meglio." 


IT: "Quali sono i beni che noi italiani importiamo maggiormente dall'Oriente e che destiniamo al commercio b2c (business to consumer)?"
P.C.: "Qui posso parlare più da curioso che da diretto coinvolto dato che lavoro più come mediatore “direttamente e fisicamente” coinvolto con interlocutori cinesi e giapponesi. Sicuramente ho notato una crescita enorme delle vendite di apparecchiature foto, audio digitali dalla Cina in Italia e in Europa. Io stesso ho acquistato qualche cosa con pessimo riscontro nella qualità. Ora quando devo fare acquisti di questo tipo compro direttamente high tech da Tokyo o meglio ancora da Hong Kong, ma questo privilegio forse lo ha chi viaggia molto." 

IT: "Vendere on line permette di avere un bacino di utenti potenzialmente indefinito, cosa consiglierebbe a chi è interessato a vendere anche all'estero? Del "made in Italy" quali sono i beni maggiormente esportati in Asia?"
P.C.: "Consiglio a tutte le aziende interessate a vendere in Asia di armarsi prima di tutto di un abile comunicatore con conoscenza linguistica e socio culturale di settore. Pensare che cinesi e taiwanesi siano la stessa cosa potrebbe ad esempio condurre ad errori irreversibili per la riuscita di una buona trattativa commerciale. Seconda cosa, valorizzare la strategia di marketing con strumenti che catturino l’attenzione dei nuovi ricchi sia essi cinesi o sud coreani per esempio. Mi riferisco appunto a piattaforme da shopping online, presentato nella lingua di riferimento e richiamando simbologie di pubblicizzazione appetibili per i clienti finali. Ricordo a questo proposito che i sud coreani possiedono il primato mondiale per lo shopping online (v. articolo pubblicato recentemente su Corriere Asia, ndr). 

Terzo, sono sempre più convinto che il “made in Italy” rappresenti l’ultima se non forse l’unica carta da giocare per vincere in termini di visibilità e di eccezionalità su questi mercati. Inutile dire che il lusso rappresenta un’isola felice, così come la moda ma anche il food. Quello che manca, forse, è rivestire questo made in Italy, dietro cui forse nascondiamo molte paure e perché no anche difetti, di eccezionalità comunicativa, di puntualità e rigore e perché no anche di ottimismo. I risultati non tarderebbero ad arrivare."



* Paolo Cacciato è laureato in mediazione linguistica e culturale (Cina e Giappone) presso l'Università degli Studi di Milano, ha frequentato il Master Degree in Lingue Culture e Comunicazione internazionale per le imprese operanti sui mercati asiatici. Direttore editoriale di Corriere Asia - www.corriereasia.com è coordinatore di Asian Studies Group, associazione multidisciplinare specializzata nella formazione linguistica e culturale per la lingua giapponese e cinese. E' membro del Comitato Direttivo di ASG Business Network, gruppo di specialisti operante per supporto linguistico, legale e di consulenza d’affari al commercio in East Asia, e Business Mediator per il mercato cinese e giapponese.
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lunedì 14 maggio 2007

Anche quest'anno Giappone. And this year Japan again


Very pregnant period that I have just spent in Japan this year again. For the first time it wasn't only a study trip or vacation, but I went there to work and to improve my japanese in ordinary life. Un unforgiveble experience, so hard about work's rhythmes, that is still alive in my thoughts.

Two months ago I've begun a new job in Italy, and still now I'm working as editor for a on line magazine. All the news, analyses and interviews are about Asia, asia's economy and social life. I think that it'd be a very interesting opportunity for me after I studied japanese language and culture and chinese language and culture for three years at the University.

From now on I'll try to describe my life, my "asia experience" and how I feel it so hard that I can imagine my Asia feeling like an illness inside my soul. It's not absolutely a bad thing. It's just the better way to taste the flavour of life.


日本語で書くことは大好きだけど読める人が少ないと思う。然し東京で知り合った日本人の友達もいっぱいいるものから、絶対に日本語でも時々日本で過ごした時間について何か書きたいんだけど。
今からこれのおかげで日本の思いをはっきりと語ることできるし友達と行った所にも写真を見せることできるよ。 僕の意見によればもっと意識的に成長すつために個人の気持ちと思いを伝えることは必要でしょう。 今からこのことをやってみたいんだ。

Mi piace moltissimo scrivere in giapponese anche se penso saranno pochi quelli che riusciranno a laggermi. Ma dato che ho moltissimi amici giapponese conosciuti a Tokyo, mi preme assolutamente scrivere qualcosa anche in giapponese del tempo trascorso con loro. Da ora in poi grazie a questo spazio potrò descrivere i miei ricordi e mostrare le foto di posti visitati. credo difatti sia importante, nella crescita di una certa consapevolezza di sè, comunicare i propri ricordi e le proprie sensazioni ad altri... da ora in poi questo è quello che vorrei provare a fare...